Vai al contenuto
Home » Ricordi da un diario

Ricordi da un diario

Di Pinetto Spezia, comandante “Roc” della brigata Poldo Gasparotto di Cuggiono 

Disegno di Pinetto Spezia

Eravamo nell’inverno 1944 – 1945, la nebbia di quel giorno avvolgeva le case, facendole scomparire nel silenzio.
Una staffetta del gruppo di Inveruno, Paola Carnago, mi fece pervenire due biglietti.
Nel primo si diceva pressappoco così: “Necessita tua presenza in una riunione che si terrà fra alcuni giorni; in seguito ti faremo sapere la data e il luogo dell’incontro. D.G.A.” (Don Giuseppe Albeni).
Nell’altro biglietto vi era scritto: “Vedi se ti è possibile farci pervenire tramite Vincenzo Colombo l’elenco delle armi e l’elenco dei nomi degli amici arrestati e il luogo della loro detenzione. 
P.S. Anche i passati per le armi”. Rino (Rino Pachetti).
Chiesi a Paola se ne sapesse di più, ma, come era prevedibile, mi rispose di no.
Subito mi premurai di compilare l’elenco richiestomi, avvalendomi dell’aiuto di amici fidati. Purtroppo accanto a non pochi nomi c’era una croce: molti erano stati passati per le armi o erano morti in combattimento; inoltre accanto al nome di Fiorenzo Croci di Rescaldina, Cesare Sozzi e Valentino Paghini, non seppi cosa mettere.
Dopo un paio di settimane di indagini ebbi la risposta: i primi due erano vivi, si trovavano nel carcere di S. Vittore. Valentino si trovava nel carcere di Torino.
Questo era lo scotto che dovevano affrontare coloro che, all’indomani dell’8 settembre 1943, optarono per il motto “LIBERTA”: quando il re Vittorio Emanuele III se ne andò a Brindisi con lo stato maggiore, dopo che le terre di Francia, d’Africa, d’Albania, di Grecia, della Jugoslavia e della Russia erano state disseminate di cadaveri italiani; quando lo Stato e le sue istituzioni ruzzolarono nella polvere; quando i soldati italiani rimasti a Cefalonia invocando aiuto e le loro voci non vennero ascoltate; quando sembrava che i valori morali e civili fossero scomparsi; quando, a chi chiedeva, nessuno sapeva dare risposta.
Fu proprio in quei giorni che pochi uomini si chiesero cosa si potesse fare per portare l’Italia a un regime democratico e pronunciarono speranzosi la parola “LIBERTA”.
Molti, e in particolare gli abitanti della fascia del Ticino milanese, ricorderanno le scorrerie, molti non dimenticheranno l’allucinante notte di terrore tra il 14 e il 15 settembre 1943.
Quella notte un reggimento di S.S., appena tornato dalla Russia, piombò nella zona di Arona e subito iniziò il massacro.
I componenti di intere famiglie di italiani di religione ebraica furono legati, caricati su camion e trasportati fuori città.
Le S.S. scaricarono sugli innocenti le loro armi, poi legarono al collo dei cadaveri delle pietre e li gettarono nelle acque del lago. Il macabro rito si ripeté in altre località come Meina e Belgirate.
Non furono risparmiati neppure i bambini.
Ricordo qui i nomi di alcune famiglie: Famiglia Finzi Cantoni. Famiglia Cantoni-Fabiani, Famiglia CHOEN, i coniugi Veneziani. Famiglia Vitali-Cori, Famiglia Fernandez, i coniugi Torres…
Mentre la guerra hitleriana degradava nelle barbarie violando i limiti della natura umana e annullando millenni di civiltà, tradotte stracolme di soldati italiani vennero avviate nei lager nazisti.
Molti di essi non rivedranno più la loro Patria. Altri furono attratti dall’ideologia riassunta nel motto: “LA VITA PER L’ITALIA E PER LA LIBERTA”. 
Mentre il Settembre 1943 volgeva al termine iniziava la RESISTENZA.
L’elenco richiestomi dal comando, in merito ai compagni carcerati fu motivo di tristezza e di meditazione sugli avvenimenti recenti.
Molti mesi erano ormai trascorsi dall’8 settembre e non avrei più rivisto tanti amici.
Mentre scorrevo l’elenco rividi ad uno ad uno i loro volti sorridenti che mi infusero ottimismo. L’elenco incominciava col nome di Carletto Berra; mi parve di sentire la sua voce ferma davanti al plotone d’esecuzione “Viva l’Italia, Viva la Libertà”. E poi Gianni Gualdoni, Giordano Giassi, Giovanni Giassi, Luigi Giudici, Ambrogio Melassoni, Lorenzo Pascolutti, Ernestino Trezzi.
Tutti con una croce a fianco ai loro uomini.
Ripassai più volte l’elenco, poi l’occhio si fermò sui nomi Villa; Villa Vittorina, la madre, finita in un lager nazista e le figlie Giulia e Mariuccia in carcere a S. Vittore.
Alla vista dei nomi delle sfortunate, sentii un flutto di sangue salire al cervello e mi parve di risentire il boato acre di polvere delle prime bombe che lacerarono l’alba del 7 luglio 1944. Giorno infausto per la Brigata Gasparotto: cascina Leopoldina sinonimo di dolore! 
Dieci prigionieri dei quali quattro fucilati: guardai ancora l’elenco… e lo consegnai alla staffetta.
Ma ahimè eravamo ignari che, solo dopo qualche mese, l’elenco si sarebbe allungato con altre croci.
Accadde il 24 Febbraio 1945 a Castano, durante il coprifuoco.
Mentre si trasportavano delle armi tre dei nostri vennero fatti segno da una raffica di mitra di una pattuglia tedesca. Il giovane Luigi Crespi cadde ferito mortalmente.
Gli amici furono pronti nel soccorrerlo e mentre cercavano di coprirsi, rispondendo al fuoco, colpirono a morte un tedesco. Carletto Paccagnini e Marcello Scherer (Alsaziano) riuscirono a far perdere le tracce, ma dovettero lasciare a terra il cadavere di Luigi. Identificato il morto, i tedeschi piombarono nella sua casa, la Cascina Crespi di Mesero.
Purtroppo la cascina era un punto nevralgico, essendo in essa custodita una parte dei documenti della Brigata Gasparotto, tra i quali un elenco con i nomi del gruppo di Castano Primo.
Altri compagni vennero arrestati: Antonio e Franco Noè, Franco Griffanti, Bruno Valli, Angelo Macchi, Ambrogio Merlo, Ultimio Sanson, Nino Leoni, Riccardo Noè, Livio Lualdi e Nino Croci.
Sapemmo del loro calvario quando Nino Croci ritornò dalla Germania.
La mattina dell’arresto furono portati nella cella del campo d’aviazione di Castano e, fino verso le 17 circa i tedeschi tentarono, picchiandoli, di sapere altri nomi. Tutti resistettero. Nella stessa serata furono trasferiti nelle scuole “vecchie” di Gallarate, in un grande stanzone, con un ragazzo di Milano, un certo Aldo Minelli. Anch’egli era stato catturato durante un rastrellamento e, dopo un sommario processo istruito da quattro militi e dal maggiore tedesco Bulman, condannato a morte. 
Nell’improvvisata cella, mitra alla mano, furono costretti a denudarsi. Portarono loro via gli abiti, li legarono uno alla volta ad una sbarra infilata tra il dorso e le braccia, con le mani incatenate dietro alla schiena.
Rimasero così tutta la notte tra il 25 e il 26 febbraio e tutta la mattinata seguente. 
Nell’unico pasto “pietoso” gli aguzzini posero al centro dello stanzone un secchio d’acqua dal quale, sempre legati, tentarono di bere a turno. 
Verso le ore 14.00 li slegarono e consegnarono loro i vestiti. 
Il lieve tepore consentì a qualcuno di appisolarsi sul freddo pavimento. Alle ore 14,40 li fecero salire su un camion che prese la direzione di Castano, e tutti pensarono che, con uno degli ormai soliti rituali pubblici, sarebbero stati giustiziati.
Arrivati a Castano, invece , il camion proseguì. 
Si fecero allora delle congetture: Milano, nel carcere di S. Vittore, oppure la Germania? 
Ma giunti al bivio per Cuggiono il camion si fermò, un milite scese e, avvicinandosi ad un carro trainato da buoi chiese qualcosa al conducente che indicò col dito la direzione del cimitero.
I prigionieri si guardarono e bastò uno sguardo per comunicare l’unanime intuizione. In quel momento le sirene dell’allarme aereo iniziarono a suonare. La grande moltitudine di persone che si riversò nella strada dalle fabbriche e dalle case, subito intuì quello che stava accadendo. Si formò un corteo funebre verso il cimitero.
L’amico Nino Croci ci descrisse con nitidezza quel tragico momento: “Erano le ore 16 del 26 Febbraio 1945. Intorno a noi si creò un’atmosfera indescrivibile di amore e di angoscia. 
I parenti piangevano cercando di nascondere le lacrime e dissimulando il forte dolore; si sentiva il bisbiglio del popolo che disapprova, mescolato al parlottare dei 7 militi, mentre noi ci guardavamo attoniti. 
L’amico Minelli cercò di rincuorarmi, – “Voi siete qui come spettatori” disse. – Ad un tratto una voce sguaiata si levò con tono burbero, era il comandante tedesco, scandì: – “Noè Antonio, Griffanti Franco, Noè Franco sono stati condannati a morte dal nostro tribunale”. – Dei militi si mossero indicando un punto del muro di recinzione.
I nostri tre compagni si disposero nel punto indicato. In quel momento tutto mi sembrò pietrificato. Si fece intorno a noi un silenzio sepolcrale rotto solo dal parlottare dei militi che si disponevano per il plotone d’esecuzione.
Ad un tratto l’amico Antonio, guardando il plotone d’esecuzione, con voce chiara e sicura gridò:
 “VIVA L’ITALIA LIBERA, VIVA I PARTIGIANI DELLA GASPAROTTO”.
Mentre mani pietose ricomponevano le spoglie dei nostri compagni ci caricarono nuovamente sul camion che rifece la stessa strada, oltrepassò Castano Primo e si diresse verso Busto Arsizio.
Ancora una volta lasciavamo la nostra Castano, ma con tre amici in meno, verso un’ignota destinazione. 
Minelli mi chiese di ripetere le ultime parole pronunciate da Antonio. Quando gliele ebbi ripetute mi disse: “Ho capito… mi sembra di essere diventato un castanese”.
Ad un tratto il camion si fermò, un milite scese e chiese indicazioni a un vecchio che passava in quel momento. Dagli spezzoni di frasi che giunsero alle nostre orecchie capimmo la nuova destinazione: era il cimitero di Sacconago, un quartiere di Busto Arsizio. Una volta arrivati ci fecero ridiscendere tutti, poi un milite rivolto a Minelli pronunciò la sentenza. I militi lo agguantarono egli si divincolò, dicendo che non sarebbe scappato.
Ci salutò tutti, poi aggiunse: “In poche ore siamo diventati grandi amici”. Si diresse fiero verso il muro, nel punto indicato dai militi, poi voltandosi, con nostra grande sorpresa, ripetè la stessa frase pronunciata poco prima da Antonio. Era un omaggio alla nostra breve ma già grande amicizia.
Mentre la sera calava, il nostro calvario continuava. Lasciammo Minelli solo per terra.
Seppi in seguito dall’amico Carnaghi che fu improvvisata una sbrigativa sepoltura in una buca destinata a un’altra salma. 
Conosciuto il fatto, i partigiani della brigata LUPI, operante nel bustese, decisero di riesumare il corpo del martire a loro sconosciuto, per dargli degna sepoltura: lo pulirono, lo avvolsero in un lenzuolo e lo seppellirono in una cassa di larice.
Ma chi era Minelli? Di lui conosciamo solo il nome. 
Probabilmente nemmeno i parenti sanno che è sepolto nel cimitero di Sacconago.
La stessa repentina tragica sorte capitò a quattro giovani di Rho, in un lontano ottobre del 1944.
Durante un rastrellamento furono prelevati senza alcuna apparente giustificazione. Si chiamavano Chiminello, Perfetti, Negri e Zucca, tutti sui vent’anni: il desiderio di libertà trasmesso dai padri, ne aveva fatto dei patrioti.
I quattro vennero accusati di sabotaggio e di avere distribuito manifestini sovversivi. 
Dalle case vicine al posto della loro detenzione, gli abitanti udivano le urla dei seviziati. 
A nulla valsero gli interventi dei Padri Oblati presso le autorità, anzi questa iniziativa spinse gli aguzzini a fare sparire le prove del misfatto.
La sera stessa del 13 ottobre i quattro amici vennero portati a Legnano, dove furono sottoposti a un pesante interrogatorio. Verso le ore 21 vennero trasportati con un camioncino sull’alzaia del Naviglio Grande, lungo il tratto Robecchetto-Castelletto di Cuggiono.
Un tecnico (Eligio Clavenna) della centrale elettrica di Turbigo, ricorda il passaggio del macabro trasporto: “Ero nella sala quadro di servizio. Verso le ore 22 circa sentii dei rumori di motori, fatto insolito per quell’ora di coprifuoco.
Dalla finestra che guarda verso il Naviglio e nonostante la legge sull’oscuramento notai due automezzi a fari alti che transitavano sull’alzaia, uno era un camioncino e l’altro una macchina che illuminava con i fari abbaglianti. Sul camioncino intravvidi cinque persone. 
Gli automezzi viaggiavano a bassa andatura in direzione del ponte di Padregnana.
Dopo pochi minuti, sentii degli spari”.
Non gli fu difficile immaginare quello che apprese il giorno dopo.
Questo tecnico fu testimone dell’ultima tappa del calvario di questi giovani. Vennero trucidati sull’alzaia del Naviglio, tra Robecchetto e Castelletto di Cuggiono. Una raffica di mitra mise fine alle quattro giovani vite.
Non soddisfatti dell’esecuzione, i brigatisti gettarono le salme nelle acque del Naviglio, tentarono di far sparire le prove del crimine. 
A chi chiese notizie circa i quattro giovani, fu risposto che erano stati trasportati in Germania. Il giorno dopo, invece, i corpi straziati vennero rinvenuti arenati a ridosso dei “barconi” adibiti al trasporto di sabbia. 
I barcaioli, incaricati di condurre le grosse barche a Milano, li rinvennero nelle prime ore della mattina del 14 ottobre. Subito la notizia si divulgò.
lo fui avvisato da Luigi Spezia, capo della cava Naggi, che dai segni di sevizie rilevati suppose che appartenessero alla nostra formazione. 
Le salme furono condotte nel cimitero di Cuggiono. Nel tentativo di riconoscerle, mi avviai con l’amico Peppino Miriani verso la camera mortuaria. 
Notammo a distanza la presenza di automobili tedesche e rimandammo, ma anche nel pomeriggio la situazione era immutata.
Compiendo un largo giro dietro al muro di cinta, durante l’attesa ci giunsero le voci strazianti dei parenti e ricordo ancora vivamente di una donna, forse la madre, che gridava “Alvaro ti hanno crocifisso come Gesù Cristo”.
Attendemmo la notte.
Ci accordammo col sepoltore perchè lasciasse la camera mortuaria socchiusa e quando fu buio, e tutti se ne furono andati, entrammo. 
Accendemmo le candele che ci eravamo portati e scorgemmo i corpi dei quattro ragazzi. 
Non li conoscevamo, ma capimmo chi era Alvaro: aveva i capelli rapati a zero e la mano sinistra e il collo trafitti da proiettili.
La nostra commozione fu tale che ci sembrò di profanare un sacrario. 
Dopo una breve preghiera uscimmo, lasciando le candele accese.
Quando penso a questi ragazzi mi sovviene una poesia:

DIETRO VISI GIOVANI
ATTRAVERSO I CAPELLI BAGNATI DALL’ACQUA
INTRAVEDO QUATTRO VISI CONTRATTI;
VISI DI MORTI CHE HANNO SOFFERTO.

Il giorno dopo sapemmo dall’amico di lotta, Enrico “Sarto”, padre del partigiano Gianfranco Crespi, chi erano i morti e come operavano.
Erano trascorsi pochi giorni dal primo messaggio e ora Don Giuseppe, tramite Carletto Garavaglia (Grittini), mi confermava l’appuntamento.
Accolsi la notizia con sommo piacere. 
Erano diversi mesi che non lo vedevo e precisamente da luglio. 
Esposi a Carletto le mie perplessità riguardo al luogo dove doveva svolgersi il convegno in quanto era oltremodo inopportuno per dei ricercati.
Anche Carletto fu del mio parere, ma convenimmo che la scelta di Don Giuseppe era di ordine affettivo.
Egli voleva “sentirsi” ancora nel suo oratorio.
Capii cosa rappresentasse per Don Giuseppe quell’ambiente … il suo cenacolo, e annui.
Il ritrovo era stato fissato per le ore 21 nello studio. Per accedervi mi consigliava di passare per l’entrata secondaria di Via Pellegatta. 
Chiesi chi sarebbero stati i convenuti, e Carletto, in anteprima, mi disse i loro nomi tra i quali ricordo il Dott. Carlo Stucchi, l’avvocato Lanza, il ragioniere Piero Cucchetti e il sig. Carlo Colombo.
Prima di congedarsi, Carletto mi chiese se avessi potuto anticipare gli altri, in quanto Don Giuseppe voleva essere aggiornato riguardo l’organizzazione. 
Non mi feci attendere. Alle ore 20 in punto entravo nello studio.
Fu un incontro cordiale ed atteso. Subito mi illustrò le ragioni del ritrovo, poi mi invitò a leggere una dichiarazione di Roosevelt, presidente degli Stati Uniti d’America apparsa sulla “LIBERAZIONE” del 7 ottobre 1944.
Riporto per esteso un brano dell’articolo del giornale clandestino, stampato a Domodossola che ancora conservo:
“Nel campo politico è significativa la dichiarazione di Roosevelt, secondo la quale l’organizzazione di assistenza alle popolazioni italiane e di ricostruzione industriale italiana ha iniziato la sua opera che dovrà svolgersi con ritmo sempre crescente”.
Posai il giornale sulla scrivania e Don Giuseppe, riferendosi all’articolo disse: “Queste elargizioni sono concesse dal virtuale vincitore, come riconoscimento dei nostri non pochi morti e di molti, amici che soffrono nei lager e nelle galere. E’ vicina l’ora del trionfo, non del trionfalismo”.
Questa sera dobbiamo indicare con senso di responsabilità gli uomini che dovranno occupare cariche e che assumeranno compiti amministrativi locali, ospedale compreso.
La riunione di questa sera è stata indetta a tale scopo, affinché per “quel giorno” non ci siano vuoti di cariche. In seguito, quando l’immenso numero dei deportati e carcerati tornerà alle loro case, si potranno indire elezioni democratiche, con le quali tutti gli uomini potranno esprimere il loro “credo”.
A tutti e in particolar modo a coloro che hanno sofferto nei lager chiederemo di aiutarci a custodire la libertà conquistata, che difenderemo con le leggi, non la lasceremo più incustodita sul davanzale della storia.
Io sempre in silenzio ascoltavo e meditavo, in quel momento stavo assistendo a una lezione di vera democrazia.
Poi Don Giuseppe incominciò a chiedermi informazioni con domande sintetiche e di fretta come se stesse su di un treno in partenza. 
Mi chiese degli amici arrestati; in modo particolare se avessero dato loro notizie dalla Germania la signora Vittorina Villa, della Cascina Leopoldina, Fiorino Miriani e Carlino Corrioni. 
Poi volle saper un po’ di tutto:
“Gli amici di Casate come stanno? Don Visconti? Salutali. 
Poi dimmi. Su dimmi!” 
– lo gli esposi i piani di un’azione che avemmo dovuto intraprendere: “Qualche sera fa ci siamo riuniti in casa di Franco Grolla a Casate, in quanto abbiamo intenzione, in una di queste notti, di assalire la guarnigione di militi, di stanza al casello di Boffalora dell’autostrada.
Da informazioni si prospetta un buon bottino di armi: secondo Gino Carnaghi e Carletto Ponciroli dovrebbero esserci sei o sette mitra, mentre stando a Paccagnini Carlo e Marcello Scheer i militi avrebbero in dotazione un mitra e una pistola pro capite. Comunque bisogna agire subito e, come Nildo Ranzíni e Peppino Miriani (ferito al 26/12/43) sostengono, anche prima che nevica.
Don Giuseppe mi stette a sentire con aria preoccupata, poi mi fece notare che i militi erano bene organizzati, che ci sarebbero state le sentinelle e che probabilmente sul terrazzo, nota dolente, doveva esserci una mitraglia ben protetta da sacchetti di sabbia. 
Lo ascoltai attentamente, vagliando ancora una volta i rischi e risposi che quando si fanno certe scelte si considerano anche i pericoli che queste comportano.
Mi guardò con sguardo benevolo, tirò un sospiro e disse: “AUDENTES FORTUNA IUVAT”.
Quel motto ci fu di buon auspicio. 
Dopo pochi giorni eseguimmo l’operazione con successo, sebbene quella notte fosse nevicato abbondantemente. 
Le previsioni di Nildo, reduce dalla campagna di Russia, erano state giuste.
Poi parlammo dei campi di concentramento: di Bruno Bossi e di Sergio Papi.
Quest’ultimo dopo essere riuscito ad evadere dal lager tedesco venne preso al confine italiano e fucilato.
Don Giuseppe mi informò che durante i bombardamenti in Germania, qualche prigioniero riusciva ad evadere, così il mondo era venuto a conoscenza delle atrocità che si consumavano in quei posti infernali. 
Poi volle essere informato riguardo ai compagni di lotta: gli dissi che il Dr. Stucchi non aveva estratto il proiettile dal ginocchio di Peppino Mirani in quanto si trovava in una posizione delicata. 
Avevamo nascosto in una stalla di Rubone Francesco Zerba di Villa Cortese, poiché era affetto da febbre altissima.
Non avendo avuto effetto le nostre improvvisate cure, egli stesso ci aveva chiesto di portarlo a casa sua, ma per una delazione era stato arrestato e incarcerato a S. Vittore, (rimase fino al 25 aprile). Poi posando l’orologio sul tavolo mi chiese: “Come va la brigata? Avete avuto nuove adesioni? E Rino Pachetti? Ho sentito che il comando superiore lo ha destinato al comando della “Valtoce”.
Ci soffermammo sull’argomento adesioni: il numero degli aderenti aumentava sempre più e conseguentemente c’era carenza di armi. 
Lo informai di una adesione di 8 giovani di Induno avvenuta all’8 luglio, il giorno dopo la fucilazione dei quattro compagni. 
Fu un gesto molto significativo da parte degli indunesi l’aver scelto quella data per unirsi a noi…
Si parlò poi dei capi famiglia arrestati nel mese di luglio. Lovati, Fusari, Paris, Vismara, rilasciati dopo un paio di mesi, mentre Carlo Calappi era stato deportato in Germania. 
Don Giuseppe mi chiese anche notizie di Cesare Sozzi e di Valentino Paghini, ma purtroppo (in quel momento) di loro non si avevano notizie precise. 
Mentre teneva d’occhio l’orologio mi disse che dovevamo cercare di amministrare bene il tempo che ci rimaneva. Mi raccomandò prudenza ricordandomi il 7 luglio. 
Sgomento gli riferii che durante la settimana Carletto (Carlo Ponciroli) e Gíno (Gino Carnaghi) mi avevano presentato un tedesco che avrebbe voluto collaborare, soprattutto cercando di procurarci armi.
Non mi lasciò finire e, mettendo le mani sugli occhi, stette un attimo attonito, mi guardò senza proferire parola, poi in tono scherzoso mi disse: – “Non ha per caso anche un pezzo di corda con sapone?”
– Poi riprendendo il suo tono abituale mi chiese che tipo fosse.
Io risposi: “Un soldato semplice di stanza a Casate laureato in lettere, frequenta la casa del parroco, Don Visconti. 
Da lui mi è stato descritto come uomo di sani principi morali, che disprezza la filosofia delle S.S. per i fatti avvenuti tempo addietro, quando le S.S. hanno sterminato degli ebrei, bambini compresi.
Indirettamente si è sentito in colpa.
Preso da crisi di coscienza, si è imposto di collaborare con tutti coloro che vogliono porre fine al diabolico regime nazista. Don Giuseppe mi ascoltò con particolare interesse, e anche lui fu d’accordo nel ritenere che il soldato fosse in buona fede. 
Guardò l’orologio, poi con rammarico notò che quell’ora era passata troppo in fretta. Partecipai alla riunione programmata per quella sera, dopo di che non ebbi più l’opportunità di incontrarlo, fino “alle giornate” del 25 aprile.
Il tedesco, fu fedele alla promessa di reperirci il materiale promesso. 
Una sera, mentre si trovava in caserma in compagnia dei commilitoni, si sentì parlare di atrocità naziste e, levatosi uno stivale, lo scagliò sul quadro con l’effige di Hitler, fracassandolo.
Tutto sembrava finito con il compiacimento e una risata generale.
Purtroppo, dopo qualche giorno, il giovane venne chiamato in fureria dal comandante, il quale, pur non essendo stato presente al fatto, gli descrisse con fedeltà il suo gesto, ritenuto oltraggioso da un sottufficiale delle S.S. che conviveva in incognito assieme alla guarnigione Wehrmacht.
Questi obbligò il comandante a sporgere denuncia presso il comando. Fu ordinato al soldato di presentarsi al comando tedesco di stanza ad Abbiategrasso, accompagnato da una lettera sottoscritta dal sottufficiale delle S.S.
Al soldato tedesco non fu difficile immaginare la sorte che lo attendeva, tuttavia, prima di partire, volle incontrarmi per salutarmi, e soprattutto dirmi che, se fosse successo qualcosa ai partigiani la sua estraneità era certa. 
L’invito al colloquio mi pervenne da Don Visconti, tramite Pietro Garascia.
Mi recai dal parroco nel luogo stabilito e lì, trovai anche Carletto e Gino. Dopo che io ebbi ascoltato le vicissitudini, fino allora a me sconosciute, il soldato mi mostrò la lettera sigillata.
L’atmosfera era pesante; per sollevare il morale dissi con tono ottimistico: “Non incominciare a fasciarti la testa prima di cadere, apriamo la lettera e poi si vedrà”.
Additando una pentola che in quel momento bolliva sulla stufa, dissi che col vapore acqueo saremmo riusciti a scollare la busta senza romperla. 
Così fu fatto. Il milite tolse la lettera dalla busta, tutti eravamo in attesa della traduzione; mentre scorreva lo sguardo sulle righe, si imbiancava sempre più il volto. 
Poi ci informò che era stato condannato a morte.
Il testo della lettera più o meno diceva: – Appena sarà arrivato fucilatelo! 
– Noi sgomenti ci guardavamo.
Il soldato estrasse dal portafoglio delle fotografie che intuimmo essere dei familiari e parlando con loro, in tedesco, le bagnava con le lacrime.
Don Visconti mi guardò cercando di trattenere le lacrime, camuffando il gesto col fazzoletto, pulendosi la bocca.
Presi una decisione e dissi: “Don Visconti, il soldato è uno dei nostri, lo porteremo con noi in montagna. 
Prenderò subito contatto con Rino Pachetti, comandante della “Valtoce”. La tensione svanì. 
Poi aggiunsi che per il momento bisognava trovargli una sistemazione sicura.
Il parroco era sorridente, mi fece segno con la mano la soffitta della chiesa, dove avrebbe tenuto nascosto il giovane fino a nuova destinazione. Poi rivolgendosi al tedesco chiese se la sistemazione andasse bene.
“Benissimo” rispose lui, “non ho parole per ringraziarvi”.
Il parroco alzò gli occhi al cielo… mentre gli amici si dettero da fare per “rimediare” una buona bottiglia di vino, per cancellare la tensione della giornata. 
Pochi giorni dopo l’inoltro del mio messaggio, Rino mandò un suo ufficiale per risolvere la situazione. L’ufficiale era l’amico di Gianangelo Mauri.
L’incontro con Gianangelo fu organizzato da Vincenzo Colombo a Casate, in casa di Franco Grolla. 
Con lui mi recai dal parroco che ci accolse con cordialità e speranza. Gianangelo, però, spiegò subito che il trasferimento si prospettava difficile, in quanto il tedesco era ricercato e segnalato in tutti i posti di blocco. “Comunque – disse Gianangelo, – tenteremo con ogni mezzo di portarlo in montagna. Come parla l’italiano?” Purtroppo il suo accento era marcatamente tedesco.
Intanto si sente bussare alla porta: era la signora Amalia, cuoca dell’agricoltore signor Pogliacof, che si era impegnato per il mantenimento del tedesco. 
Aveva un canestro con delle vivande e soddisfatta ci informò che il menù del giorno era polenta e “Bruscit”. 
Ci fece strada e con Gianangelo salimmo sul solaio della chiesa.
Conversammo col tedesco mantenendo un tono ottimistico, mentendogli sulla verità, lo lasciammo con la speranza che presto sarebbe venuto con noi. 
Purtroppo dovette rimanere nascosto fino al 25 aprile 1945. 
Prima di partire libero per la sua patria, tramite l’allora servizio d’ordine composto da partigiani ex-carabinieri, (Mario Canziani, Colombo Carlo, Pastori Angelo, Sozzi Cesare, Martino Garavaglia), mi venne a salutare e ringraziandomi saggiamente: “Non ho niente da darti per tutto quello che hai fatto per me, ti prego accetta questo piccolo regalo” – e dandomi la sua pistola aggiunse “Me la regalò un ufficiale francese al quale salvai la vita.”
Gli strinsi la mano e lo salutai commosso.
Ancora oggi a distanza di tempo quel dono è per me simbolo di lealtà e fierezza.

PERCHE’ LA BRIGATA SI CHIAMÒ “GASPAROTTO”
Dopo i fatti del Luglio 1944, verificatosi alla cascina Leopoldina in Cuggiono, per i quali la formazione dovette pagare un forte tributo (10 uomini fatti prigionieri, di cui 4 fucilati), il comandante Angelo Spezia dovette operare in altra zona e, in seguito, diede vita a una brigata che prese il nome di Carlo Berra, fucilato assieme a Giovanni Gualdoni, Giordano Giassi e Giovanni Giassi il 7 luglio 1944.
Il colpo che dovette accusare il gruppo fu notevole, lasciando come segno uno sbandamento. Solo grazie alla fattiva collaborazione dei nuovi volontari, in maggioranza ex-soldati già provati su diversi fronti, le fila poterono ricomporsi in tempo breve.
Verso la fine di settembre il comando, informandomi che avrebbe provveduto a colmare il vuoto lasciato dal comandante Angelo, mi fissò un appuntamento col nuovo comandante Rino Pachetti.
Di lui avevo sentito parlare dall’amico Giovanni Marcora “Albertino” in quel di Castegnate, dove il comando Cisalpino aveva fissato il quartiere generale nell’edificio dell’Oratorio di Via Bettinelli.
Durante il colloquio venni a conoscenza delle vicissitudini di Rino.
Albertino mi parlò di lui in tono patetico ed esaltante, soprattutto mi informò dell’interrogatorio delle S.S. nel reparto tedesco a S. Vittore; del ricovero nel padiglione Ponti all’ospedale di Niguarda in stato di coma con la mascella sinistra fratturata nel brutale interrogatorio; e poi della rocambolesca fuga dal reparto piantonato dai militi della R.S.I. (Repubblica sociale italiana), e, infine, dell’approdo all’ospedale di Cuggiono.
Informato il gruppo sulla statura di Rino, gli uomini si predisposero ad un’accoglienza degna di tutto rispetto.
L’incontro avvenne il pomeriggio di una domenica a casa mia.
Era una giornata piovigginosa, Rino arrivò in bicicletta, accompagnato da Vincenzo Colombo, tutti e due bagnati per la fitta pioggerella. Rino aveva lo sguardo assente, i suoi occhi esternavano i postumi dei patimenti.
Ci sedemmo vicini al camino che stava consumando l’ultimo tizzone dopo il pranzo, mentre mia madre si prodigava nel preparare il “carachedè” che in tempo di guerra sostituiva il caffè.
Parlammo a lungo come se ci fossimo sempre conosciuti.
In seguito ci vedemmo poche volte, i nostri rapporti furono mantenuti tramite le staffette, anche dopo che i superiori destinarono Rino al comando della Valtoce.
Ricordo con piacere un incontro nel quale, tra le altre cose, mi chiese se era possibile procurargli una barca per attraversare il Ticino e portarsi nella zona di Galliate (sulla sponda Piemontese) per dar vita ad una formazione patriottica. Trovai la barca e il barcaiolo conducente Mario Re che subito, come in altre circostanze, si mise a nostra disposizione completa.
In seguito la formazione patriottica venne costituita e prese il nome di un amico di Rino, Remo Rebellotti, ventiquattrenne, laureato in Veterinaria, fucilato a Migiandone di Ornavasso. Rino ebbe sempre una forte venerazione per l’amicizia, per quella vera, quella che si conosce nell’ora del bisogno e del pericolo, virtù che in lui rilevai fin dalle prime volte che ci incontrammo, quando mi parlò di Poldo Gasparotto, conosciuto nel carcere di S. Vittore.
Poldo Gasparotto, laureato in legge nacque a Milano. Fu ufficiale di complemento e istruttore alla “Scuola di Alpinismo” di Aosta.
Nel 1929 esplorò il Caucaso Centrale e scalò per primo la vetta dell’Ebruz a 5629 metri. Sulla cresta del Gran Charmoz del monte Bianco riuscì a salvare la vita al compagno d’ardimento, Fumagalli, trattenendolo per tutta la notte sull’abisso mediante una corda affidata alla sua forza e soprattutto alla sua calma e abilità.
Il 12 settembre 1943, per poter darsi interamente alla organizzazione della lotta, accompagnò la moglie Nuccia e il figlioletto in Svizzera, facendo immediatamente ritorno a Milano. Aprì gli arruolamenti nel garage della sua casa di Via Donizzetti, 32 e inoltre mise a disposizione dell’organizzazione la casa a Sorisole nel bergamasco.
Il 9 dicembre si sarebbe dovuto incontrare con gli amici in piazza Castello, per combinare un colpo alla Caproni di Ponte S. Pietro.
Quel giorno si presentò in Piazza Castello con i compagni. Arrivati non trovarono né l’avvocato Martello né il dottor Paolo Sforzini, già arrestati, ma ad attenderli vi erano i militi della R.S.I. e i tedeschi dell’S.S.
Traditi da una spia, Poldo e con altri arrestati venne rinchiuso a S. Vittore e sottoposto a maltrattamenti, non fece nomi assumendosi ogni responsabilità.
Durante l’ora d’aria, sorrideva agli amici e li incoraggiava con la sua serenità. Il 26-4-1944, alla partenza per Fossoli, Poldo incominciò un diario che è stato conservato.
Del viaggio annota: “Anche alzarsi è impresa notevole”. Nel diario sono contenute anche le descrizioni delle quotidiane privazioni nel campo di concentramento.
Il 30-4-1944 scrisse: – “Il grosso” soldato tedesco ha ucciso un ebreo con una rivolverata… “per errore”.
E il 16 maggio: “Partenza degli ebrei per la Germania. Donne e Bambini”.
Il 15 giugno annota: “La terra di Fossoli è cretacea, compatta, si frange in blocchi, ho immaginato di avere di fronte delle pareti dolomitiche. Così il mio pensiero, alla fine ingannando l’occhio mi ha fatto passare una mezz’oretta davanti alla parete del Sella…
– E si chiede: – “Dove sono le mie montagne… Quando rivedrò le montagne?
Il 22 giugno 1944 viene fatto uscire ammanettato dal campo di Fossoli e salire su un camion.
Dopo circa un chilometro è fatto scendere e mitragliato.
Aveva 42 anni.
L’amico Rino lo ricordava così: alto, cordiale, emblema di semplicità, naturalezza di sereno ottimismo.
Rino manifestò il desiderio di intitolare al nome di Poldo il nostro gruppo, fino allora anonimo.
La proposta venne prontamente accolta.
Da quel giorno la formazione si chiamò: POLDO GASPAROTTO.

Note 
La prima pubblicazione di questo diario è avvenuta su “Pagine della Resistenza a Cuggiono” 1944 e 1984, numero unico edito nell’Ottobre 1984 dalla sezione della Democrazia Cristiana di Cuggiono